sabato 25 ottobre 2014

Se la Fondazione lasciasse il Parco

Se la Fondazione lasciasse il Parco di Pinocchio? Questa non è una semplice domanda ne una domanda semplice. Mi spiego meglio. Se avete seguito i miei post, saprete che la Fondazione oltre a diffondere il libro di Pinocchio nel mondo e i suoi valori, gestisce anche il Parco di Pinocchio. Gestire il Parco di Pinocchio è facile. Gestire bene il Parco di Pinocchio è molto più difficile. Se ci chiediamo come la Fondazione ha gestito il Parco fino ad oggi, la risposta che mi sento di dare è una, ovvero: dipende. Da cosa dipende? Semplice, da come intendiamo il Parco di Pinocchio. Se la nostra idea di parco è quella di avere un'area monumentale che racconti i vari passi della Fiaba di Collodi allora la valutazione è sufficiente (oltre non mi sento di andare). Al contrario se intendiamo avere un Parco di Pinocchio moderno e che sia un volano promozionale per il territorio, il turismo, l'occupazione e l'economia, bhe qui il giudizio non può essere che gravemente insufficiente. Per questo motivo mi sono domandato più volte cosa accadrebbe se la Fondazione lasciasse la gestione del Parco di Pinocchio, magari a degli imprenditori illuminati? Ormai lo abbiamo capito tutti che la Fondazione non vuole o non puole fare del Parco niente di più di quello che sta già facendo. Dunque perchè attendere ancora? Dato che Pinocchio e il suo parco sono un bene della comunità e se la comunità vuole un nuovo parco, più moderno e più al passo con i tempi, occorre non perdere tempo. Ringraziamo la Fondazione per quanto fatto e giriamo pagina, cercando un imprenditore o una cordata di imprenditori pronti ad investire in un parco ambizioso dal nome scontato e collaudato, in grado di rilanciare prepotentemente il nostro territorio.

lunedì 20 ottobre 2014

Il Babbo di Carlo "Collodi" Lorenzini

Domenico Lorenzini,nacque nel 1795 a Cortona da una famiglia contadina molto povera. Aveva la passione di cucinare e presto divenne assai valente nel suo mestiere. Partito da Cortona alla volta di Firenze come cuoco, fu assunto al servizio dal marchese Lorenzo Ginori Lisci che lo ebbe certo in gran stima visto che sentí il bisogno di portarselo dietro durante una visita estiva che fece ai marchesi Garzoni di Collodi. Fu in quella splendida villa che, probabilmente tra il 1824 e il 1825, Domenico conobbe Angiolina Orzali, figlia del fattore dei Garzoni. I due si piacquero e col consenso dei rispettivi padroni si sposarono. Il padre Domenico Lorenzini, di più umili origini, debole di carattere e fragile di salute, lavora come cuoco per gli stessi marchesi Ginori. I Ginori assegnarono al loro cuoco un quartierino in via Taddea, dove avevano scuderie e rimesse. Fu in questa casa che il 24 novembre 1926 nacque Carlo. La serie dei figli fu lunga: dieci in diciassette anni, ma solo tre vissero a lungo: Carlo, il fratello Paolo, che divenne poi responsabile delle Manifatture Ginori, e Ippolito l'ultimogenito. Nel 1848, quando Carlo e il fratello Paolo tornano dalla campagna di Montanara contro gli austriaci, il padre Domenico sofferente abbandona Firenze per morire proprio a Cortona, in casa di Lorenzo. I fratelli del padre: Lorenzo (visse agiatamente in Cortona), svolse attività di commerciante con discreto profitto, che gli permetterà anche di finanziare il nipote Carlo Collodi nell’acquisto di alcuni periodici. Filippo che trasferitosi a Poggibonsi si dedicò a coltivare terreni di sua proprietà e di lui non si sa altro.

giovedì 16 ottobre 2014

La Mamma di Carlo "Collodi" Lorenzini

1826 - 24 novembre alle 20:30 nasce Carlo (Giovanni, Filippo, Lorenzo) primogenito di dieci figli a Firenze in via Taddea, 21 dal padre Domenico, originario di Cortona, e dalla madre Angiola Orzali, originaria di Collodi, entrambi a servizio dai Marchesi Ginori Lisci.
La famiglia Ginori, originaria di Calenzano, si trasferì a Firenze già alla fine del Duecento scegliendo il quartiere di San Lorenzo. Nel 1786 Francesca Lisci sposò il Marchese Lorenzo Ginori ed, essendo l'ultima discendente della sua famiglia, lasciò al figlio Carlo Leopoldo tutti i suoi beni, tra cui la tenuta di Querceto. Quest'ultimo, per rispettare la volontà della madre, aggiunse il cognome dei Lisci a quello dei Ginori. Come già nei secoli precedenti anche nell'Ottocento i Ginori furono molto presenti nella vita politica; infatti, sia durante il periodo del Granducato di Toscana sotto gli Asburgo Lorena che durante il Regno d'Italia, vari membri della famiglia furono nominati senatori e deputati.
La madre di Carlo, Angiola Orzali era una delle figlie del fattore del marchese Giuseppe Garzoni Venturi a Collodi e la sua famiglia godeva di buone condizioni economiche, tanto da permettere alle figlie di diventare maestre elementari La giovane Angiola fu adibita alla direzione della casa e, ben presto scelta da Marianna Garzoni come sarta e cameriera, continuò a lavorare per lei anche quando quest’ultima sposò il marchese Ginori e si trasferì a Firenze nel palazzo omonimo. 
Il marchese Giuseppe Venturi, nato il 24 luglio 1824 da nobile ed antichissima stirpe, cessò di vivere nella stessa città di Firenze, dove aveva sortito i natali. Giovanissimo ancora, il marchese Garzoni si occupò con grande amore della cosa pubblica, e prese parte attiva ai moti del 1859, che prepararono l'annessione della Toscana al Regno d'Italia. Deputato prima alla Costituente toscana, il Garzoni entrò più tardi, cioè nel gennaio 1866, a far parte della Camera dei deputati e rieletto dagli stessi elettori di Borgo a Mozzano in due legislature successive, compiè lodevolmente l'ufficio di deputato, fino a che nel dì 15 novembre 1871 venne elevato alla dignità di senatore. Modesto e semplice nel costume, egli si compiaceva dell'amicizia e dell'intimità coi migliori ingegni del suo tempo, che lo avevano carissimo, e sebbene fosse uomo di larga cultura e potesse a buon diritto aspirare all'onore di prender parte alla vita politica militante, preferì portare le sue cure intelligenti nell'amministrazione degli istituti locali, ed in quella particolarmente del Comune di Firenze, in qualità di assessore delle finanze durante il consolato di Ubaldino Peruzzi, poi di assessore delegato, per oltre dieci anni, con funzione di sindaco.
La madre di Carlo, secondo i biografi del Collodi, sarebbe stata particolarmente intelligente, abile in ogni lavoro, bellissima anche da vecchia, spigliata e cortese. Il rapporto con lei, con cui, salvo alcune interruzioni, Carlo continuò ad abitare tutta la vita, ha avuto un influsso decisivo sulle sue vicende esistenziali: dalla scelta dello pseudonimo “Collodi” in omaggio al paese natale della madre, ai nonni materni e all'immenso amore dovuto ai ricordi d'infanzia, sino alla decisione di non sposarsi e di non avere una famiglia propria. Il trasferimento da Collodi a Firenze di Angiolina Orzali avviene sì in seguito al matrimonio con Domenico Lorenzini, ma anche a causa del forte legame che la unisce alla marchesa Marianna Garzoni, la quale sarà anche madrina del suo primogenito Carlo.

Le Avventure di Pinocchio 1942

Qualche giorno fa ho pubblicato un post in cui parlavo delle vecchie edizioni del “LeAvventure di Pinocchio” e dello straordinario valore artistico che gli era attribuito. Ovviamente i prezzi di alcuni volumi sono irraggiungibili ma ciò non toglie che sia possibile trovare una vera e propria occasione ad un prezzo ragionevole. Così nei giorni scorsi ho iniziato le mie ricerche, per scovare, sepolto da chissà quanta polvere, una edizione di valore della favola di Pinocchio e nemmeno a farlo a posta mi sono ritrovato tra le mani una prima edizione datata 1942, con i disegni di una firma di tutto rispetto come Attilio, edito da Istituto Missionario Pia Società San Paolo. Un vero e proprio tesoro mantenutosi in ottimo stato e da esibire con grande orgoglio o da rivendere solo alla giusta offerta!

lunedì 13 ottobre 2014

Giurlani, Nocentini e il Parco Europeo di Pinocchio

La dove non arriva la Fonadazione Collodi, arriva l'energico e scoppiettante Sindaco di Pescia, Oreste Giurlani. Infatti, stando a quanto detto dallo stesso Giurlani nel corso della manifestazione intitolata “Scopri la Toscana-Arte, natura e misteri”, ospitata presso il Parco di Pinocchio, il Giardino di Villa Garzoni e l’Osteria del Gambero Rosso , a cui ha preso parte anche l'assessore regionale alla cultura Sara Nocentini. Nel corso di un incontro tra i due, sindaco e assessori hanno posto l’accento sulla necessità e sulla volontà di investire sulla cultura, ricordando anche il lavoro che sta svolgendo per rafforzare l’immagine di Pescia legata a Pinocchio. In questo senso, appoggiato da Nocentini, il sindaco ha rilanciato il progetto di realizzare un Parco Europeo di Pinocchio. La speranza è che non sia la solita “bugia” ma una seria e concreta volontà!

venerdì 10 ottobre 2014

Pinocchio o Pinocchi?

Se Carlo Collodi si affacciasse sul mondo che ha ormai lasciato, per osservare come se la passa il piccolo Pinocchio, di certo non potrebbe non notare le centinaia di forme con le quali il burattino di legno è stato divulgato. Lo troverebbe raffigurato nei modi più disparati e raramente così come se lo era immaginato in quel lontano 1881, epoca della prima edizione de “ Le Avventure di Pinocchio”, con un cappello a punta fatto di molliche di pane, una casacca di carta colorata a fiori, un paio di pantaloni all'altezza della ginocchia e due scarpette di scorza d'albero. Perfino la stessa Fondazione ha rivisitato la figura di Pinocchio, sostituendo la casacca fiorita con una sgargiante giacchetta rossa a bottoni gialli e mettendo in testa al povero Pinocchio non un cappellino bianco ma bensì uno dal colore rosso scarlatto. Questi sono i colori “ufficiali” con i quali la Fondazione Carlo Collodi commercia il suo Pinocchio. Oltre alle versioni “ufficiali” ed a quelle originali, è possibile trovare un pinocchio per tutti i gusti: dal Pinocchio Disney con cappellino giallo con tanto di piuma e fiocco al collo, al Pinocchio della Dreamworks con cappello di paglia, camicia bianca e bretelle, passando al cartoneanimato tedesco-giapponese degli anni '70 in cui Pinocchio era rappresentato con un berrettino rosso, un fiocco bianco su una giacchetta verde. Insomma chi più ne ha più ne metta e sono sicuro che l'elenco potrebbe continuare ancora a lungo. Come dicevo nei post precedenti, la larga diffusione del burattino Pinocchio non è certo un male, anzi, ma provate a pensare se esistessero decine di versioni differenti di Topolino. Pensate davvero che la Disney resti immobile con le mani in mano?

mercoledì 8 ottobre 2014

Etichetta olografica per Pinocchio

La Fondazione Carlo Collodi corre ai ripari, e in maniera abbastanza goffa, cerca di arginare il diffondersi di migliaia di Pinocchietti privi di marchio e garanzia. Finalmente un sussulto ma niente di più. L'operazione denominata “Progetto Placting” sarebbe rivolta a tutte le aziende che producono il burattino di Pinocchio “senza il permesso della Fondazione”. In sostanza se produci e vendi un pinochietto la Fondazione ti chiede di aderire ai suoi parametri per poter apporre il marchio ufficiale e di garanzia sul burattino: il tutto tradotto in una etichetta olografica con codice alfanumerico per la tracciabilità del prodotto originale. Un'ottima idea dall'esito incerto dato che come si può vedere dal sito della Fondazione, ad oggi, non c'è ancora un Pinocchio in vendita... segno forse che il “Progetto Placting” non è stato accolto dalle aziende produttrici dei burattini o semplicemente il sito web della Fondazione patisce lo stesso male del Parco di Pinocchio: ovvero l'incuria?

sabato 4 ottobre 2014

Pinocchio all'Autogrill

Non esiste in Italia una stazione di servizio che non abbia, esposto in bella vista, il nostro amato Pinocchio. Non che sia un male, anzi. Diffondere un simbolo unico nel suo genere, ricco di significato e di valori, come appunto il burattino di Collodi, non può che inorgoglire il nostro spirito, sopratutto se acquistato da bambini di tutto il mondo. Il mio dubbio però è sempre lo stesso: possibile che la Fondazione Carlo Collodi non riesca a controllare e regolarizzare il commercio e la vendita, di un prodotto che non molti anni indietro aveva addirittura provato a registrare. L'esempio è sempre lo stesso e non mi si venga a dire che sono due cose differenti. Infatti, così come la Disney tutela e diffonde, solo tramite canali ben precisi i suoi prodotti, la stessa cosa dovrebbe fare anche la Fondazione. Se il primo tentativo, datato 1998, di depositare il marchio del burattino Pinocchio è andato a buon fine, mi spiegate perchè in ogni mercatino, bancarella, stazione di servizio e chi più ne ha più ne metta, imperversano migliaia di pinocchietti senza un marchio di qualità, senza una confezione senza una certificazione di un prodotto originale. Se invece il tentativo di legalizzare lo sfruttamento di immagine e commerciale di Pinocchio è fallito, si deve insistere, continuando a lottare per il nostro Pinocchio. Non capisco infatti perchè la Fondazione non provi a percorrere questa strada. Andate a comprare anche una semplice tazza di Topolino e scoprirete che nella confezione, cosa che i pinocchietti di legno non hanno, sono riportate tutte le info di tutela del marchio, la provenienza del prodotto e un sacco di altre cose che vi fanno subito capire che quello che avete tra le mani è un prodotto originale. Per farla breve sono felice di vedere in ogni angolo d'Italia un pinocchietto di legno ma mi rammarico della grande occasione persa dalla Fondazione per garantire e tutelare un simbolo, che se solo fosse stato un prodotto culturale Americano sarebbe stato decisamente più protetto creando intorno ad esso un vero e proprio indotto.

giovedì 2 ottobre 2014

Pinocchio animato 1943

La storia di Pinocchio corre veloce nello spazio, raggiungendo ogni angolo e soprattutto ogni bambino del pianeta, e nel tempo, lasciando dietro di se innumerevoli tesori e cimeli che hanno reso celebre il burattino nel mondo. Dalla prima edizione, diffusa nel 1881, ad oggi sono trascorsi molti anni e con essi anche molte versioni della fiaba del burattino di legno, alcune delle quali sono considerate a tutti gli effetti delle vere opere d'arte. Una di queste mi è capitata proprio ieri tra le mani. Si tratta di una prima edizione datata 1943, della casa editrice Franceschini di Firenze, con i disegni di Mussino a figure mobili. Un libro quindi di oltre 50 anni fa stampato in epoca fascista. Il libro intitolato “Pinocchio Animato”, se conservato in ottimo stato lo si può trovare alla modica cifra di 2,000.00 euro. Quello che ho avuto la fortuna di sfogliare, essendo stato sottoposto ad una buona opera di restauro, lo si poteva acquistare a soli 750 euro. Un prezzo impegnativo è vero ma a mio avviso un vero e proprio affare. Se siete interessati contattatemi. Pinocchio non è fatto per stare in vetrina ma per essere letto dai bambini.